Una, Nessuna e Centomila: La Bioeconomia

 

Vorrei innanzitutto ringraziare la casa della cultura e l’Università di Milano per la splendida opportunità di presentare il libro curato da me e Joanna Goven, in questa storica e prestigiosa cornice. In secondo luogo, chiedo venia per il mio italiano. Confesso di non essere abituato a parlare delle mie ricerche nella mia lingua materna e, dopo tanti anni lontano dal Bel Paese, il mio italiano vacilla.

Entrando nel merito della presentazione. Oggi il termine bioeconomía è sulla bocca di tutti, non solo degli addetti ai lavori. Quando io e Joanna pensammo di dedicarci allo studio della bioeconomía, ormai quasi dieci anni fa, questa era soltanto l’ultima delle grandi proposte di policy dell’OCSE, ma ne intuimmo subito la portata. Da allora si è scritto molto sulla bioeconomía, e oggi tutti i paesi dell’OCSE hanno una strategia di crescita e sviluppo legata alla bioeconomía.

Non mancano certo definizioni di questo concetto. Da qui, parafrasando Pirandello, mio illustre conterraneo, nasce il titolo di questa presentazione: “Una, nessuna e centomila”. Dal nostro punto di vista, il termine è elusivo, ambiguo. Fa riferimento alla relazione che esiste tra la vita, bio, e l’economia, ma non chiarisce i termini di questa relazione. Il termine cattura la relazione di dipendenza della nostra economia dalla capacità della vita di generarsi e rigenerarsi ma questa non è una novità. Da sempre l’uomo ha dovuto inventarsi nuove maniere di ottenere il proprio sostentamento ponendosi in relazione con altre forme di vita. Però la bioeconomía sembra descrivere qualcosa di diverso, di più complesso, e direi anche di più inquietante. Per questo, non nascondiamo il nostro disagio verso questo termine. Lo usiamo, ma ne prendiamo le distanze.

Non a caso, un primo obiettivo del libro è chiarire, fare luce, sulle diverse accezioni di bioeconomía. Ne identifichiamo tre.

La prima definisce la bioeconomía in relazione alle biotecnologie. Ne enfatizza il ruolo rispetto alla crescita economica, e fa perno sui grandi progressi dell’ingegneria genetica. Grazie alle biotecnologie, la bioeconomía si presenta come una rivoluzione capace di risolvere con successo le grandi sfide dell’umanità, la crescita economica, la scarsità delle risorse, le necessità alimentari, le malattie incurabili e via dicendo. E tuttavia, questa visione tende a sminuire i rischi connessi alle nuove tecnologie, e a ridurre la definizione di problemi complessi a semplici sfide che una tecnologia può risolvere. E non mette in conto che rischi e benefici non sono ugualmente distribuiti nella popolazione.

La seconda accezione definisce la bioeconomía in relazione alle biomasse. Ne enfatizza la capacità di sfruttare in maniera sostenibile le biomasse, soprattutto rispetto alla produzione di energia, alla dipendenza dal carbone e alla riduzione dell’inquinamento. Ma anche questa visione della bioeconomía ha limiti importanti: confonde, ad esempio, rinnovabile con sostenibile, non mette in discussione l’attuale modello di sviluppo e trascura, o direttamente si oppone, ai modelli alternativi di uso del territorio e delle biomasse generati dalle conoscenze e dalle esperienze delle comunità locali. Dunque, questa visione della bioeconomía favorisce la concentrazione delle attività economiche nelle mani di pochi attori multinazionali e ignora la relazione tra uomo, società e ambiente.

Nonostante le differenze, entrambe le visioni, coerentemente con la matrice ideologica neoliberale della quale si nutrono, propongono politiche pubbliche molto simili.

  • Suggeriscono l’aumento di finanziamento pubblico alle attività di ricerca e sviluppo, ma soprattutto a fini commerciali.
  • Propongono un ricorso massiccio alle partnership pubblico-privato, delle cui implicazioni parlano ampiamente Luca Marelli e Giuseppe Testa nel loro capitolo.
  • Consigliano una deregulation, o meglio una re-regulation, a tutela degli interessi commerciali delle imprese private coinvolte
  • Promuovono una gestione dell’impatto ambientale basata sullo scambio mercantile dei diritti d’inquinamento.
  • E raccomandano continuamente campagne di sensibilizzazione dei cittadini (nel loro ruolo di consumatori) per ridurne l’ostilità verso le nuove tecnologie. I cittadini sono spesso rappresentati, infatti, come un ostacolo alla scienza, e non come stakeholder rilevanti nel processo di ricerca e sviluppo.

A parte il grave divorzio dalle economie locali, e la confusione tra rinnovabile e sostenibile, queste due visioni della bioeconomía sostengono l’idea di una scienza per l’aumento della crescita e della competitività. La scienza si riduce così allo sviluppo di nuovi prodotti. Infine, alimentano un riduzionismo scientifico preoccupante, che riduce la soluzione di problemi sociali molto complessi a rivoluzioni tecnologiche sempre dietro l’angolo. Eppure qualsiasi scienziato sa che una soluzione è buona solo tanto quanto la definizione del problema che pretende risolvere.

Parlavo di tre accezioni. La terza è prettamente accademica, e gira intorno alla relazione tra scienza, tecnologia e capitalismo. In parte si domanda: come si genera, distribuisce e appropria il beneficio economico nella bioeconomía? Con quali conseguenze? Alcuni suggeriscono che l’inserimento delle capacità generative e rigenerative degli organismi viventi all’interno del sistema capitalista sia l’origine del beneficio. Altri piuttosto enfatizzano il lavoro clinico dei corpi, soprattutto di quello femminile, la capacità di mettere questi corpi al lavoro per aumentare l’accumulazione di capitale. Altri ancora, guardano alla speculazione, ai regimi di promesse e attese e infine altri sostengono che siano i nuovi regimi di proprietà intellettuale a generare i benefici economici, alla stessa stregua delle enclosures di terra che precedettero la rivoluzione industriale in Gran Bretagna. Di questo dibattito concreto, si occupa la seconda sezione del libro.

Sempre all’interno di questa terza visione della bioeconomía, altri autori si sono interrogati su che tipo di nuove soggettività esistano nella bioeconomía. Vari i concetti proposti, dalla cittadinanza genetica alla biosocialità. Da questa prospettiva, la bioeconomía emerge come un nuovo spazio sociale, politico e tecnologico che genera nuove forme di intendere se stessi e la relazione con gli altri, con lo stato, con la società civile, ma anche con la famiglia. Nuove forme d’individualismo, di mobilitazione, di diritti e d’interazioni costituiscono un panorama complesso e affascinante che la bioeconomía contribuisce a creare e ne è a sua volta influenzata.

Ma questo libro nasce soprattutto dal desiderio di esplorare le complesse varietà e implicazioni della bioeconomía come progetto politico, che, aggiungo, è la nostra definizione di bioeconomía: non certo una cospirazione neoliberale di ordine mondiale, ma nemmeno business as usual. Piuttosto, diremmo, un progetto politico di riforma della relazione tra cittadino, stato, scienza e industria, che possiede elementi chiave in comune ma che si materializza in varie forme e con risultati differenti non solo in Paesi diversi, ma anche in aree scientifiche ed economiche diverse. Da qui nasce l’idea di un volume capace di raccogliere studi empirici sull’impatto e la realizzazione di bioeconomíe diverse.

Non posso dilungarmi molto, ma vorrei presentare la struttura del libro, e anticipare alcune delle conclusioni, lasciando, spero, alla curiosità dei lettori la scoperta delle altre.

Il libro si divide in quattro sezioni, di tre capitoli ciascuno. La prima raccoglie contributi che studiano la relazione tra bioeconomía e istituzioni politiche, con esempi concreti dal Regno Unito, Stati Uniti, e Unione Europea. E’ particolarmente interessante il contributo di Luca e Giuseppe, che non solo mette in luce le problematiche connesse al modello di partnership pubblico-privato come forma di organizzare la scienza, ma evidenzia anche il ruolo della scienza e dell’innovazione nella costruzione sociale dell’identità europea. La seconda sezione affronta il tema del valore economico della tecnologia e la generazione dei benefici. I capitoli di questa seconda sezione mettono in luce la non sempre facile convivenza di molteplici valori sociali associati alla scienza, e non solo di quello economico, ma anche la rilevanza della value chain nella generazione del beneficio economico e la criticità dei dati generati dalla scienza. La terza sezione enfatizza le incongruenze, resistenze, e contraddizioni generate e alimentate dalla bioeconomía, nei campi della soia transgenica così come nelle bio-banche. La quarta, e ultima, parte, infine, racconta in dettaglio come la bioeconomía generi nuove relazioni sociali, come si alimenti dell’altruismo e delle relazioni di cura (care), e come contribuisca a creare e incorporare nuove identità, di madri, di donanti, di famiglia.

Per finire, non posso non dare qualche breve anticipazione sulle note conclusive di quest’avventura. Innanzitutto, emerge chiaramente come le bioeconomíe stiano cambiando la nostra forma di intendere e fare scienza. La scienza si confonde sempre più spesso con l’innovazione, e quest’ultima s’intende come commercializzazione. La scienza diventa ancella della crescita economica e della competitività nazionale, subordinata agli interessi industriali e priva di autorità epistemica. In secondo luogo, questa nuova, e aggiungo preoccupante, forma di fare scienza è diventata parte integrante di progetti politici nazionali e sovranazionali, contribuisce alla definizione di nuove identità politiche e rafforza il progetto neoliberale dello Stato imprenditore. In terzo luogo, la scienza delle bioeconomíe si trova al centro di un processo economico e fiscale molto regressivo. Socializzazione dei costi e dei rischi, da un lato, e privatizzazione dei benefici, dall’altro, sono i pilastri del nuovo binomio scienza-innovazione. A parte l’intrinseca ingiustizia di quest’architettura, non bisogna dimenticare che le risorse pubbliche per finanziare la scienza provengono da un’imposizione fiscale progressiva, ma sono distribuite ad attori privati che non condividono progressivamente i loro introiti. Di fatto, le bioeconomíe stanno contribuendo a un processo di concentrazione delle ricchezze in poche mani. Pertanto, ed è questa la quarta nota conclusiva, le bioeconomíe sono variamente associate a processi d’inasprimento della disuguaglianza sociale, soprattutto in ambito medico. Il motto delle bioeconomíe vincolate alla biomedicina è salute e ricchezza, health and wealth, ma la salute e la ricchezza di chi? I benefici non sono ripartiti equamente nella popolazione, ma una diversa distribuzione delle risorse produrrebbe benefici di salute pubblica chiaramente superiori ai miglioramenti, promessi e non concessi, dalle bioeconomíe.

Quest’inasprimento della disuguaglianza si materializza in nuove forme di sfruttamento del corpo umano, e delle donne in particolare, e rafforza le già esistenti tendenze alla discriminazione razziale e di genere, trasferendole a livello globale. Non si tratta però di un fenomeno monolitico e compatto che si espande senza ostacoli. A contrario, esistono diverse forme di resistenza, spesso locale, che mantengono viva la nostra capacità di immaginare una scienza e una società diversa. E le bioeconomíe stesse sono afflitte da forti contraddizioni interne, come dimostra il capitolo sulle bio-banche o la tensione tra servizio pubblico e laboratorio d’innovazione che affligge l’NHS britannico. Credo, per terminare, che queste tendenze meritino molta più attenzione di quella che hanno ricevuto finora, e crediamo, e speriamo, che questo libro rappresenti un primo ed importante passo in questa direzione.

18 dicembre 2017 invitoPresentazione del libro Bioeconomies: Life, Technology and Capital alla Casa della Cultura di Milano, 18 Dicembre 2017.

 

 

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